Tra sogni e coraggio: il primo sorvolo delle Alpi


Da Domodossola me ne vado subito, troppo caldo dopo questa settimana in quota. Mi prendo giusto il tempo di ricordare con la mente, mentre sorseggio una birra al bar, il primo trasvolatore delle Alpi. Un sogno, è sempre un sogno che porta gli uomini a compiere imprese al di la di ciò che si crede possibile. Si chiamava Jorge Chàvez Dartnell, peruviano, volava a bordo di un Blériot XI, un rapido e leggero monoplano. Il piano era presto fatto: partire da Briga, in Svizzera, alle 13.30 e sorvolare le Alpi, passando per il Sempione e per le Gole di Gondo, per infine atterrare a Domodossola.

Quarantacinque minuti dopo il decollo l'impresa era ormai riuscita, mancavano pochi metri al suolo quando la struttura portante delle ali cedette ed il muso si inclinò pericolosamente in avanti iniziando una mortale picchiata. Jorge non morì sul colpo, ma quattro giorni dopo, pronunciando semplici parole “Arriba, siempre arriba.” - In alto, sempre in alto -.

Di colpo, come un fulmine, mi balena alla mente un nome ed un'impresa, una di quelle ritenute impossibili. “Sembra sempre impossibile, finché non viene fatto” aveva forse detto Nelson Mandela. Il Cervino era inscalabile, l'Everest non si poteva scalare senza ossigeno e lo Sperone Mummery del Nanga Parbat è impossibile, al di la delle capacità umane. Ma io conosco chi l'ha salito e l'ha vinto, certo non ha toccato la vetta, ma ha dimostrato che quello sperone è scalabile e l'ha salito a colpi di piccozza e ramponi, un passo dopo l'altro fino alla fine. In realtà volevo parlare più in la di lui ma alla fine è qui, nella città dove Dartnell doveva atterrare, che mi è venuto in mente in maniera così limpida e chiara, è Daniele Nardi. Alpinista romano che un po' come Dartnell ha un sogno, ed il suo sogno è il Nanga Parbat invernale passando per lo Sperone Mummey. 

Un sogno impossibile. Un laziale che è andato contro quello che tutti dicevano. Ne ha dimostrate di cose impossibili, ha dimostrato che un romano, un uomo di pianura può salire verso l'alto, “Sempre più in alto!” come diceva una pubblicità. Ora vuole invece dimostrare che quella montagna maledetta, quella che si è portata via decine e decine di alpinisti, si può salire in inverno. Ci ha già provato tre volte e per tre volte l'ha respinto. Nell'inverno 2016 – a pochi mesi dal momento in cui scrivo – ci riproverà per la quarta volta. Mi ha chiamato un giorno durante il viaggio, ero sotto le Grand Jorasses e mi ha detto molto semplicemente “Riproverò il Nanga questo inverno.”. Ormai è una malattia, un po' come il Cervino per Whymper. Daniele vuole mettere il suo nome su quella vetta e vuole farlo passando per una via nuova, ritenuta difficile, impossibile, estrema. Spero che ci riesca, spero di vederlo su quella montagna vincitore.

Se la merita, non solo per l'impegno ma per tutto ciò che ha dovuto superare. Più di una volta ho sentito dire “Ah ma quello non è un alpinista, arriva da Roma, cosa vuole scalare. Che se ne stia a casa sua!”. Daniele ha la colpa di essere nato sull'appennino e per questo alcuni non lo considereranno mai un alpinista, ma è stato in grado di dimostrare che può essere tra i migliori e la sua storia è passata anche qua vicino a Domodossola, sul Monte Rosa. É da li che è iniziata la sua avventura ad 8000 metri. Gli ho fatto un po' di domande prima di partire perché volevo raccontare la sua storia, la storia di un romano che ha imparato ad arrampicare sugli appennini, a scalare sulle Alpi ed è entrato nella storia in Himalaya.



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