30 agosto, prima salita al Monviso: la ricordiamo così


Quella montagna per me ha un significato particolare, sarà che la vedo da quando sono nato o sarà per il suo ergersi alta ed inconfondibile tra montagne che si piegano alla sua imponenza e la fanno risaltare ancor di più. Fatto sta che non ha stregato solo me il Monviso ma anche Virgilio che più di una volta lo cita nell'Eneide, o Dante e Petrarca fino all'inglese Geoffrey Chaucer. Gli antichi lo chiamavano Mons Vesulus, la montagna ben visibile e gli abitanti delle sue valli credevano fosse la montagna più alta del mondo.

Ricordo che quando ero piccolo disegnavo le montagne con due punte: una prima alta e principale e, sulla destra, una cima secondaria più bassa. Riprendevo le forma che vedevo dalla finestra: il Viso e il vicino Visolotto.

Quella montagna la scalarono per la prima volta nel 1861 un gruppo di inglesi tra cui il già citato Michel Croz che poi troverà la morte sul Cervino. Ci avevano già provato nel 1860 ma il maltempo li aveva costretti a rinunciare e prima di loro fu invece un geometra saluzzese, Domenico Ansaldi, che si fermò a circa 3700m a causa della nebbia e di un masso che descrisse come insuperabile.

“Immagina posto verticalmente uno dei pugnali triangolari con cui solevano talvolta sbudellarsi i nostri padri, supponi quindi che si giri una delle costole del medesimo infino a che venga a porsi nello stesso piano verticale contenente un'altra costola, ed avrai un'idea della forma del Monviso”

Così descriveva il Monviso – Frase che cerco di comprendere da anni – Quintino Sella, ministro del Regno d'Italia e fondatore del CAI, a Bartolomeo Gastaldi, secondo presidente del CAI. Anche Sella era rimasto stregato da questa montagna o per meglio dire la utilizzò come strumento politico. Quintino Sella organizzò la prima spedizione interamente italiana alla montagna, nel 1863, per celebrare l'Unità d'Italia raggiunta da due anni. Un'abile mossa per entrare nei cuori delle persone con un'impresa che per l'epoca era una grande scalata, una di quelle che riempie i cuori e li riscalda con il suo racconto denso di emozione. Anni dopo anche Achille Ratti, futuro Pio XI, toccò la vetta del Monviso. Il futuro Papa scalò la montagna in un periodo in cui l'alpinismo era un'attività d'elite e a scalare erano in pochi, tanto che sul Viso si contano circa 130 persone l'anno ad inizio novecento. Numero che oggi si raggiunge in pochi giorni e che nell'intera stagione estiva arriva a superare le duemila presenze in vetta alla montagna che tutti definiscono facile.

Ogni anno ormai si portano giù due o tre cadaveri dal Re di Pietra e in generale il Soccorso Alpino è spesso impegnato sulle sue pareti. Il primo incidente mortale accadde trenta anni dopo la prima ascensione e la vittima fu Giovanni Calcino che precipitò in quello che oggi è il canale Calcino. Il secondo avvenne a ventuno anni dal primo. Cosa è accaduto nel corso del tempo? Perché oggi si contano due o tre morti a stagione?

Quella piramide verticale, inconfondibile che si innalza per i suoi 3841m senza nulla attorno che possa oscurarne la vista, anche da centinaia di chilometri di distanza, fa gola a molti. Poi i racconti, le storie, le recensioni delle salite che spesso fanno assomigliare la sud ad una camminata su un sentiero. Solitamente l'unico avviso che si da è “Attenti alla caduta di pietre”.

La voglia di scalarla unita alla semplicità con cui viene venduta la montagna spinge sempre più persone a tentare e a tentare senza appoggiarsi alle guide data l'apparente assenza di pericoli. Nel 1990 scompariva Quintino Perotti, storico gestore del rifugio Quintino Sella al Monviso oltre che Guida del Monviso. Perotti detiene ancora il record di ascensioni, essendo stato 749 volte in vetta al Re delle Alpi Cozie. Nessun'altra guida batterà o eguaglierà più il suo record, perché ormai viviamo nel mondo in cui tutto è facile ed è alla portata di tutti.
 
Questione di scelte.
 
Nel corso degli anni il Re di Pietra ha continuato a svelarmi le sue fantastiche caratteristiche che non sono solo la sua forma, la sua roccia o la sua altezza. É impressionante la quantità di aspetti per cui la montagna ma anche le sue pendici sono interessanti. A partire dal primo traforo delle Alpi, il Buco di Viso, di cui ho già parlato o della fondazione del Club Alpino Italiano, fortemento voluto da Quintino Sella e da lui ideato durante la salita del 1863. A Pian del Re, alla base del Viso, si trovano le sorgenti del Po, il fiume più lungo d'Italia che genera a pochi metri da esse, un ambiente di torbiera unico al mondo che ospita un animaletto insignificante per i più ma di grande importanza. Un animale che Emanuele Biggi mi diceva essere stato uno dei suoi incontri più belli. Ai piedi del Monviso vive la Salamandra di Lanza. Un piccolo anfibio del colore della liquirizia che oggi esiste solo più in Val Po ed in poche altre valli che circondano la montagna.

imasugli di un areale molto più esteso, frammentato ed in alcuni casi cancellato dalle grandi glaciazioni. Arrivano ricercatori e naturalisti da ogni parte del mondo per osservare questo animaletto che per me è normale incontrare durante una camminata in montagna. Oggi è una specie gravemente minacciata a causa degli interventi umani. Come la realizzazioni di lavori di canalizzazione o la distruzione di estesi areali trasformati in ghiaieti sterili.

Un animle piccolo la cui scomparsa probabilmente non porterà problemi al mondo in cui viviamo ma, perché dobbiamo essere noi e non la natura a decidere se una specie può sopravvivere oppure no? Noi uomini abbiamo creato un mondo a nostra dimensione che ci permette oggi di vivere una vita comoda ed agiata. Abbiamo trovato soluzioni al freddo invernale ed al caldo estivo, abbiamo trovato soluzioni per percorrere in breve tempo centinaia, se non migliaia, di chilometri e facendo tutto questo abbiamo anche deciso le sorti della natura, abbiamo scelto per gli animali. Abbiamo indirizzato il loro destino. Credo che però sia venuto il momento di cambiare e di metterci una volta per tutte in testa che noi non siamo superiori ed indipendenti dalla natura.

Noi ne siamo parte, siamo organismi biologici esattamente come qualunque altro essere vivente e la nostra presenza o assenza non implicherebbe la fine della vita sulla terra. Come tutte le specie siamo soggetti alle regole della selezione naturale e dell'evoluzione. Regole che abbiamo piegato e modificato grazie al progesso tecnologico. Un progresso che ci è stato permesso grazie ad un regalo che ci ha fatto la natura, cioè un cervello evoluto che ci permette di apprendere e di elaborare un pensiero astratto, di immaginare e poi di riportare questa immaginazione a soluzioni reali, concrete. Ed allora mi domando perché un cervello evoluto che è in grado di comprendere che ciò che sta accadendo alla Salamandra di Lanza, come ad altre migliaia di specie viventi, sapendo che può accadere anche a se può ignorare questo fenomeno continuando a coltivare un semplice pensiero egoista rivolto unicamente alla propria specie.

Con questo non intendo dire che dobbiamo modificare il nostro stile di vita tornando indietro di due o trecento anni. Non è necessario ricominciare da un punto in cui la nostra evoluzione tecnologica non impattava gravemente sull'ambiente ma, più semplicemente, è necessario seguire delle regole. Regole che non vanno a distruggere completamente la nostra quotidianità ma che la modificano con piccoli gesti che ben presto diventano frutto dell'abitudine. Come la raccolta differenziata o l'uso dei mezzi pubblici quando presenti. Piccoli gesti che compiuti da un grande numero possono realmente cambiare le sorti di questa nostra piccola perla blu. Forse non della Salamandra di Lanza, ma sicuramente di molte altre specie.

Lo stesso CAI, nato sulle pendici del Re di Pietra si propone di preservare l'ambiente naturale e lo dichiara nel primo articolo suo statuto: “Il Club Alpino Italiano […] ha per iscopo l'alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.” In fondo chiunque di noi dovrebbe avere a cuore la difesa dell'ambiente naturale perché alla fine è da quello che dipende la nostra esistenza.



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