Come rinasce un viaggiatore


Una gamba tranciata, decine di fratture, due anni di ricovero in ospedale, diciassette interventi chirurgici, sessantaquattro ore di anestesia generale.

Come rinasce un viaggiatore è la storia di un viaggio che comincia dalla fine. Dalla rovinosa caduta di un alpinista travolto da una scarica di massi sui torrioni Sari della parete Sud del Monviso. Una vita sepolta, come l’acqua del fiume che diventa carsico, ma che lentamente, faticosamente, caparbiamente torna in superficie e procede nel suo corso, in realtà mai interrotto.

La storia, appassionante e disarmante, di come si nasce viaggiatori e di come si scopre di esserlo. A piedi o in bicicletta, ovunque e sempre. Una lezione di vita: perché non vale mai la pena di mollare.

 

Una salita interessante

…E, mentre sotto i ferri combatto l’ignoto, nel mio inconscio affiorano i ricordi, dapprima vaghi, poi nitidi e precisi. Ritorna fortemente alla mente un'altra salita interessante. Quella volta si era trattato di una salita meno impegnativa, ma il fatto che mi venga in mente in questo momento mi dà un po' di consolazione.
La montagna, con certezza, rappresenta il mio primo amore e una salita al Re di Pietra, il Monviso, è per me, come per gli altri abitanti della sua bella valle, la scalata più ambita.


Un sabato di un luglio, di un anno indefinito, incontro l’amico Beppe, maestro di scuola elementare in un paesino di montagna dove la cultura montanara è ben radicata nella gente, e mi informa che a metà della settimana seguente proverà a salire sulla Montagna con un amico e suo zio, missionario, appena tornato da cinquanta anni di Brasile. “Ti vorrei al mio fianco”, mi chiede simpaticamente. Al momento non mi pronuncio, ma in cuor mio ho già deciso: il prossimo martedì, giorno stabilito, sarò sicuramente della partita e mi farò trovare, puntuale, all’appuntamento nel rifugio ai piedi del nostro Re.


Arrivo nel pomeriggio del giorno prescelto, al Pian del Re: così è chiamato il punto di partenza per l’ascesa. E' qui che prende origine il fiume più lungo d'Italia, e certo non si direbbe che da una piccola fonte montana tra le rocce possa formarsi, grazie all'apporto di numerosissimi affluenti, un corso d'acqua dapprima rapido e impetuoso nella stretta valle e poi lento ed elegante in pianura. Parcheggiando l’auto nell'ampio pianoro, noto due escursionisti, uno anziano e l’altro giovane, che percorrono il sentiero per il lago Fiorenza, il primo degli splendidi specchi d'acqua che si incontrano salendo al Quintino. Metto gli scarponi e preparo lo zaino; nel frattempo seguo con lo sguardo i due fino a che scompaiono dietro la prima cresta. Il loro incedere è alquanto spedito. Subito s’incunea in me la netta sensazione che quelle due persone saranno, insieme a me, le protagoniste della bellissima avventura che mi sto apprestando a vivere.


Finita la vestizione mi metto in cammino. Il mio passo è sicuro e deciso, viaggio velocemente, voglio proprio vedere se ciò che penso corrisponde alla verità. Spingo sull’acceleratore come un forsennato, finalmente raggiungo i due davanti a me dopo circa un’ora di cammino. Faccio la loro conoscenza e scopro che sono proprio loro: l’amico di Beppe e suo zio, il missionario settantenne salito sul Monviso, quando aveva vent’anni, appena prima della partenza per il Brasile. Proseguendo il cammino parlo continuamente con lui: instauriamo, da subito, un rapporto d’amicizia reciproca, ci sentiamo entrambi a nostro agio, come se ci conoscessimo da sempre.

 


Senza accorgercene ci troviamo dinanzi al rifugio: a quanto pare, per oggi, le nostre fatiche sono finite, siamo abbondantemente madidi di sudore e ci cambiamo prontamente. Mangiamo un’abbondante cena in compagnia di altri amici, quindi, per aiutare il mio povero stomaco riempito all’inverosimile, esco all’aria aperta per fare due passi in compagnia di Don Stefano, questo il nome dell’amico missionario, continuando così l’interessante dialogo interrotto al nostro arrivo. Questo uomo mi dà, all’istante, la sensazione di volermi insegnare qualcosa. Col senno di poi mi accorgerò che sarà riuscito nel suo intento. Ma non corriamo troppo e continuiamo il nostro racconto.


Rientriamo nel rifugio e ci prepariamo per la notte. Nel frattempo ci ha raggiunto anche l’amico Beppe, arrivato, come sua consuetudine per i molteplici impegni di lavoro, a notte fonda.


Dormire in montagna a questa altitudine, duemilasettecento metri, è già molto difficile: all’interno di un rifugio, in uno stanzone e con molte persone che vociferano, è quasi impossibile. Finalmente, è ormai passata la mezzanotte, cala il silenzio ed il sonno può prendere il sopravvento su tutto il resto.


Il riposo, però, dura veramente poco, un paio d’ore, ed i primi, forse anche i meno intelligenti, si preparano facendo un baccano infernale e svegliando gli altri ospiti presenti nel dormitorio, noi compresi. Non si riesce più a dormire, ma restiamo ad oziare nei nostri sacchi a pelo aspettando l’ora stabilita per la partenza. Sono le quattro del mattino quando decidiamo di alzarci e prepararci. Scendiamo nel salone e consumiamo un’abbondante e ottima colazione, quindi usciamo all’aperto sotto il cielo stellato. All’approssimarsi dell’alba e, con un freddo pungente che va a intrufolarsi nelle uniche parti scoperte dei nostri corpi, i visi, ci avviamo.


E’ ancora buio. Alla luce delle pile frontali camminiamo, seguendo il sentiero, verso il passo delle Sagnette, l' impegnativo passaggio sulla cresta che divide il vallone del rifugio da quello delle Forciolline, da dove si imbocca la via Sud della nostra Montagna. Il canalone che conduce al colle è molto pericoloso, siamo costantemente sotto il rischio di caduta pietre: dopo una pioggia di pietruzze proprio al centro del sentiero, raggiungiamo la Madonnina posta al culmine del passo. Qui, spronati da Don Stefano, ci fermiamo alcuni minuti per una veloce preghiera e un po’ di riposo. Inizia ad albeggiare, la linea dell'orizzonte divide nettamente l’esultanza di luce e colori, portati dal sole nascente, e il grigio della foschia, ancora in ombra, che copre la pianura. Noi, la nostra posizione privilegiata ce lo permette, possiamo godere dello spettacolo della natura e sentirci per un momento più vicini alla volta celeste. Una corta e veloce discesa verso i due laghetti posti all’inizio della pietraia e ricominciamo a salire. Mi ritrovo davanti a fare l’andatura. Scegliendo i passaggi migliori, tra i grossi massi disseminati lungo il percorso, arriviamo presto sul nevaio di Viso, che oramai è ridotto ad un’immensa pietraia malagevole. Qui il sentiero piega decisamente a destra, in uno stretto canale, verso il bivacco, colorato di verde, posto nel punto di incontro con la parete Sud. Ancora un infido e scivoloso traverso sulla neve, che precede l’inizio dell’arrampicata vera e propria, e siamo all’attacco della via.

 


Con fare sicuro, comincia finalmente l’azione, mettiamo le mani sulla roccia, saliamo il primo muro e compiamo un traverso a sinistra. Dietro di me, attaccato alle mie costole, Don Stefano, che, con assoluta sicurezza, non perde un colpo raggiungendomi in pochi secondi. Gli altri due amici, nel frattempo, si sono fermati per legarsi in cordata, ci assicurano che ci raggiungeranno prontamente.


Di corsa e senza esitazione percorriamo la lunga traversata e il canalino detti della cascata, appunto per la presenza di un rivolo d’acqua che scende verticale tra le rocce. Questo è il punto oggettivamente più pericoloso della scalata per via della costante possibilità di caduta pietre, infatti tutto ciò che viene mosso nella parte superiore della parete inevitabilmente finisce la sua corsa su questo passaggio.


Arriviamo quindi al cospetto di un piccolo gendarme di roccia liscia, che, fortunatamente e faticosamente, riusciamo ad aggirare sul suo lato più abbordabile. Il mio compagno di cordata, ricordo che ha i suoi bei settanta anni, mi segue sempre come un’ombra, con precisione e attenzione.


Con passo costante, fermo e sicuro, tra cenge, detriti e piccole terrazze di roccia e, dove necessario, adoperando spesso anche le mani, arriviamo, in un battibaleno, nel punto più caratteristico della salita alla nostra montagna, i “Fornelli”, una spettacolare ed elegante fessura-camino da cui deriva il singolare nome. Vista la veloce andatura con la quale siamo giunti fin qua decidiamo di fermarci una decina di minuti. Mi hanno fortemente impressionato: l’integrità fisica del mio compagno di cordata, Don Stefano, dimostrata fino ad ora, la sua forza materiale e la sua grandezza morale, ma ora, vista l’altitudine raggiunta, la sua resistenza inizia a dare segni di cedimento, cosi decidiamo di allargare il tempo di riposo ad una mezzora.


Rinvigoriti dalla meritata sosta, riprendiamo l’ascesa innalzandoci per l’interessante spaccatura verticale con passaggi di secondo grado, io scelgo l’itinerario e l’amico non sbaglia una mossa: le sue mani e i suoi piedi vanno, come guidati da una forza invisibile, sulle prese e sugli appoggi più evidenti e da me appena lasciati liberi.


Usciti su una spalla nevosa la percorriamo integralmente. Fortunatamente la neve dura sopporta i nostri pesi, così, senza sprofondare, ci portiamo in un punto relativamente sicuro, dove, visto che siamo a buon punto, facciamo ancora una sosta per respirare con calma. L’altitudine, per il mio compagno, si fa sentire sempre più. Ripreso il cammino, velocemente, ci lanciamo nella traversata della Est, così chiamata perché punto d’incontro tra la via che sale dalla cresta Est e la salita della parete Sud, da noi appena percorsa. Prima e dopo il nostro passaggio alcune scariche di pietre ci fanno temere per la nostra incolumità dimostrandoci, passando a pochi centimetri da noi, la loro proverbiale e indiscussa pericolosità.


Scampato il pericolo sostiamo ancora alcuni minuti prima dell’assalto finale. Brevi tratti in arrampicata si alternano a piccole soste del mio amico per riprendere fiato, un ultimo sforzo su per un canalino e possiamo calpestare le rocce della tanto desiderata vetta. Il medaglione in bronzo con l'immagine di Cristo che campeggia sulla cima sembra messo lì da sempre a salutare ad uno ad uno coloro che con fatica e felicità raggiungono la cima. In effetti la gioia da parte di tutti è immensa e, d'altra parte, siamo profondamente riconoscenti perché, fino a qui, tutto è andato per il meglio.


Le sei o sette persone, che ci hanno superato negli ultimi cento metri, ci accolgono festosamente, si complimentano in special modo col caro amico Stefano, per la sua gagliardia e la sua resistenza alla fatica, tanto da voler scrivere i loro nomi, uniti ai nostri, sul quaderno di vetta, orgogliosi per aver compiuto la salita in nostra compagnia.

 


Siamo qui, seduti sulle dure pietre site sotto la grande croce in ferro battuto che domina dall’alto tutto ciò che la circonda. Qui sulla punta del Monviso, la nostra cara e amata montagna, per intenderci qui siamo come a casa: stiamo bene, sembra di essere in paradiso, il sole prova a riscaldare le nostre membra, mangiamo le poche cose che abbiamo portato nello zaino. Mentre mi riposo, la salita è appena finita e per il momento sono rilassato, osservo con gioia Don Stefano che con la sua forza di volontà, unita alla sua integrità fisica e morale, è salito fin qua, ai confini del cielo, nonostante le sue settanta primavere. Egli mi ha trasmesso la sua serenità e la sua voglia di esistere con consigli e comportamenti; da parte mia ho assimilato inconsciamente, osservando il suo salire sicuro, preciso e deciso, la sua maniera di affrontare e vivere questa splendida e dura avventura, riuscendo a farla apparire persino semplice, trasformandola in puro piacere.


Dopo lo spuntino, con Stefano, dividiamo anche la giacca a vento: c’è sì il sole, ma l’aria è pungente e il freddo si fa sentire, a me la parte interna, a lui quella esterna. L’acqua è ugualmente divisa da buoni amici.


La sera prima, al rifugio, mi ha consegnato un pacchetto da portare nello zaino e, allo stesso tempo, raccomandandomi di averne molta cura. Ora, qui, a cavallo tra terra e cielo, lo cerca, lo rivuole, lo esige… Glielo sporgo, ne allarga il contenuto su una pietra, sembra proprio sia un altare, ed inizia a celebrare Messa, nel frattempo continuano ad arrivare altri alpinisti: le sensazioni sono certamente quelle che ti riempiono la mente e il cuore, lasciandoti dentro tracce indelebili. Chiunque mette piede sulla cima si unisce in silenzio agli altri mentre il buon Stefano continua il rito sotto lo sguardo attento di un cielo pulito e terso, luminoso, come a vegliare sul nostro operato.


Terminata la singolare funzione, con il ringraziamento da parte di tutti i presenti, si continua ad oziare e a godere del tempo a disposizione in questo luogo delizioso, mentre una leggera brezza ci tiene compagnia. Passa una mezzora e un’altra cordata approda al cospetto delle effigi in bronzo e della grande croce, pocanzi descritti, posti al culmine della nostra cima: sono l’amico custode del rifugio, due suoi amici ed il sacerdote del paese ai piedi della montagna. Qui tutti lo chiamano “Il parroco del Monviso” per le innumerevoli volte che è salito fin quassù. Il tempo di riprendere fiato ed il sacerdote sfila, dal suo zaino, tutto l’occorrente per officiare una nuova Messa. Lo allarga sulla stessa pietra- altare di poco prima ed inizia la sua celebrazione. Ancora una volta tutti i presenti si radunano intorno all’improvvisato altare e nuovamente veniamo assaliti dalle stupende sensazioni, appena provate, che verranno sicuramente custodite per molto tempo nei nostri cuori.


Circa un paio d’ore di dolce far niente, le consuete foto di rito e iniziamo con calma la discesa, dove incontriamo lungo la via altre cordate che, partite più tardi dal rifugio, dirigono i loro passi verso la vetta.


Con cautela e precisione, scorrendo in senso inverso tutti i passaggi ed il percorso della salita, ma soprattutto badando a non scivolare e a non far cadere pietre, arriviamo senza alcun problema all’attacco della parete e quindi, ripercorrendo a ritroso il piccolo nevaio, giungiamo dinanzi al bivacco che ci aveva ospitato al mattino per consumare la frugale colazione. Qui mi rilasso un pochino traendo le prime conclusioni al termine della parte difficile dell’escursione: il mio compagno di cordata, Stefano, non ha mai avuto un attimo di esitazione, tanto nella salita quanto nella discesa, ripetendomi, continuamente, di non preoccuparmi perché tutto ciò che io avrei fatto lui lo avrebbe ricalcato tranquillamente, mai una scivolata o una mossa falsa, mai una pietra mossa dal suo incedere leggero, il tutto sorretto da una grandissima forza di volontà e gioventù insita nell’uomo, in quest’uomo.


Una lunga sosta, una mezzora circa, e ripartiamo; ripercorriamo la lunga pietraia alla volta del Passo delle Sagnette. Qui, ancora una volta, facciamo una breve pausa di riposo, la stanchezza comincia ad intrufolarsi dentro di noi. Stefano dà il via ad una bella preghiera di ringraziamento, quindi un paio di foto e, via, scivoliamo giù per il canalone che conduce al fondovalle. Ancora uno sforzo verso il rifugio, quello dove abbiamo sostato la sera precedente, raggiungendolo, con un po’ di fatica e molta gioia, nel primo pomeriggio. Le energie spese sono state molte, però con molta gioia e volontà.


Ci concediamo un’oretta di tranquillità, un buon the caldo, sistemiamo i conti con il gestore e salutiamo. Iniziamo la discesa verso il Pian del Re. A fare l’andatura ora è Stefano, che ha ancora tanta forza nelle gambe. Il suo passo è fermo e sicuro, e tutti noi proviamo, nei suoi confronti, uno schietto e sano sentimento di onesta e sottile invidia.


Ormai le forze ci stanno lasciando, stancamente terminiamo la nostra discesa, giungiamo alle nostre auto, le fatiche sono finite e, dopo aver tolto gli scarponi, un ottimo e rinfrescante pediluvio, nelle limpide acque sorgive del neonato Po, dona nuova gioia ai nostri piedi. Quindi alcuni esercizi di yoga, mostratici dal nostro amico missionario, ci regalano nuova forza, quasi a debellare la stanchezza. Con il riacquisito vigore si ripresenta in noi nuovo appetito ed allora diamo fondo alla rimanenza delle nostre cibarie nascoste nei più profondi meandri degli zaini.


Non abbiamo voglia di terminare il bellissimo incontro, di separarci, così continuiamo a parlare ancora per un bel momento, scambiandoci impressioni e sensazioni delle ultime ventiquattro ore. E, per finire, i saluti: lasciano sempre l’amaro in bocca i saluti, poiché sono il segnale che un incontro volge al termine e, se l’incontro è uno di quelli importanti, imprime nella mente il ricordo indelebile di qualcosa d’imprescindibile.


Il mio cuore è pieno di gioia per la soddisfazione nell’aver legato il mio nome a quello di Stefano, uomo straordinario, nell’ascesa della mia Montagna. Tornando ancora per un momento sulla cima, ripenso intensamente a quelle due lacrime uscitemi per la felicità che ho ricevuto da questa salita e da un uomo che sa che cosa donare e, ancor più, come donarlo al prossimo. E’ stata sicuramente una splendida due giorni che ha contribuito ad aggiungere un tassello importante al mio bagaglio personale e morale.


Ciao Stefano, da quel giorno non ti ho più visto, sono passati tanti anni e tante cose sono avvenute, non so dove sei e, soprattutto, se ci sei ancora. Per me sei sempre vivo, nei miei pensieri, nel mio cuore, ancora grazie per avermi regalato un po’ del tuo tempo, della tua voglia di vivere, dei tuoi insegnamenti…
Arrivederci caro amico, so che ci rivedremo! Non so né dove né quando, ma ci rivedremo.



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