101 anni fa moriva Sepp Innerkofler


Il 4 luglio del 1915 moriva in un alone di mistero Joseph "Sepp" Innerkofler, grande alpinista austriaco. Come molti altri amanti e conoscitori della montagna, allo scoppio della Grande Guerra Innerkofler andò volontario e accettò di guidare i soldati su e giù per le montagne con cui aveva imparato a giocare. 

Lo ricordiamo con le parole di Gian Luca Gasca, che viaggiando sulle Alpi ha visitato e raccontato i luoghi dei suoi ultimi giorni di vita.

 

Sono alla Frankfurter – salsiccia – della ferrata del Monte Paterno quando inizia a piovere, ma non voglio rinunciare a questa salita ed allora proseguo, passo le gallerie scavate nella roccia. Quando guardo fuori ormai vedo solo un muro grigio.

Questa è una montagna a cui non voglio rinunciare perchè è la montagna di Sepp Innerkofler, guida alpina, gestore di rifugio, imprenditore e per pochi giorni Standschutzen dell'esercito austroungarico. Montagna alpinistica, montagna di guerra e sua ultima tomba. Alle mie spalle le pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo e un'atmosfera che mi fa immaginare quei momenti: i primi mesi della grande guerra, quando Sepp, arruolatosi come volontario veniva spedito sul Monte Paterno a controllare, a fare la vedetta. “24 maggio: sveglia alla 3 del mattino e pronti a salire sul Paterno. […] Alle 8 parte da prato piazza il primo colpo, seguito a brevi intervalli da molti altri. […] Forcher ha una scatoletta, che riscaldiamo con una candela: è tutto il nostro pasto di mezzogiorno dopo aver saltato anche la prima colazione, così come si usa in guerra.” Questo scrive sul suo diario il giorno dell'entrata in guerra dell'Italia, il 24 maggio 1915.

Continuo la mia salita, ormai la visibilità è azzerata, ma non è difficile trovare la strada. In breve tempo sono in vetta e nonostante la pioggia mi fermo qui qualche istante, non ci sono tuoni, è solo acqua.

Questa cima che tanto fu contesa tra italiani e austro-ungarici, tanto contesa che portò alla morte della più famosa guida locale sotto gli occhi del suo primogenito Gottfried. Morto durante “un'azione prettamente alpinistica” avevo letto tempo fa ma, in realtà, Innerkofler morì si durante un'azione alpinistica, che mirava però a riconquistare le vetta, di importanza strategica per entrambi i fronti.

Il monte Paterno a destra, e a sinistra le Tre Cime di Lavaredo

 

Negli ultimi giorni di giugno gli Alpini avevano conquistato la vetta del Paterno e più tardi, nei primi giorni di luglio, il novizio capitano Wellean decise che era di fondamentale importanza riconquistare la vetta del Paterno. Per farlo scelse di inviare una squadra, capitanata da Sepp Innerkofler, per tentare un assalto a sorpresa.

Prima di partire Sepp commentò con un'ultima frase “Non può assolutamente riuscire, ci lasceremo la pelle tutti”. Innerkofler era infatti certo che la sua squadra sarebbe stata scorta durante la salita e di conseguenza bersagliata dagli italiani.

Quando la missione partì i tempi originari vennero rallentati dal buio e dalla neve ghiacciata in più, come aveva detto Sepp, il movimento dei sassi durante la salita fece allarmare i nemici.

Per salire scelsero di seguire una vecchia via, aperta proprio da Innerkofler nel 1896, che passava lungo lo spigolo nord ovest. Mi sporgo dalla vetta, guardo quello spigolo dalla prospettiva dei soldati italiani. Mi immagino l'adrenalina dell'attesa, i fucili puntati ad aspettare che quei rumori di sassi si materializzassero davanti a loro come soldati dell'altro schieramento. Un 'attesa snervante e poi, eccoli, il dito sul grilletto e si apre il fuoco.

Joseph “Sepp” Innerkofler non raggiunse mai la vetta in quella giornata del 4 luglio, la sua vita fu interrotta da un masso o da un colpo di fucile, poco importa, scagliati dalla postazione italiana. Nei giorni seguenti come si usa in guerra, gli alpini recuperarono il suo corpo e lo deposero, dandogli un'onorata sepoltura, sulla vetta del Paterno. Nome strano per la montagna su cui i due figli di Sepp assistettero alla morte del padre.

Mi guardo ancora un volta in giro, la pioggia continua a cadere ed io grondo acqua, è ora di scendere. In poco tempo raggiungo la Forcella Lavaredo e da li in breve sono al rifugio, di nuovo in mezzo alla folla che mi osserva perplessa. Alcuni mi chiedono dove io sia stato “Sul Paterno” rispondo. Mi chiede dov'è, non rispondo, non ne ho voglia. Sono bagnato, infreddolito e stanco, ma soddisfatto. Erano anni che sognavo questa salita e ora finalmente è realtà. Mi lascio cadere su una sedia, le endorfine invadono il mio corpo donandomi una piacevole sensazione di torpore. Mi sveglio tre ore dopo, dopo aver vagato tra strani sogni e mondi di montagna ormai scomparsi.



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