Chiamami Jack: un ultimo incontro


Chiamami Jack è un romanzo di Carlo Crovella. Due città, due uomini. Torino e Venezia: rigore e mondanità. Un piemontese, riservato e diffidente, e un veneziano, scanzonato e viveur. Un'intera estate fra la Mole e la Laguna, fino all'epilogo sulla Marmolada, la "Regina delle Dolomiti". L'ingegneria sociale e la tecnologia multimediale rivisitano in chiave postmoderna l'assioma pirandelliano: Uno, nessuno e centomila.

cap 21 - Estetica Ester

La galleria d’arte in cui lavorava Gabriella si trovava in quel fitto intreccio di calli proprio a ridosso di Campo Santa Maria Formosa, in direzione di piazza San Marco. Pochi canali caratterizzano quella zona e le calli, più che sponde di un rio, sono dei vicoletti stretti e affollati di turisti. Ma per una galleria, che deve disporre di vetrine affacciate sul grande transito, si tratta di una localizzazione strategica L’ingresso della galleria era all’interno di un portone e la vera galleria si affacciava su un piccolo, verdeggiante e silenzioso cortiletto. Vicino alla scrivania di Gabriella c’era un’ampia porta finestra, che lei teneva spesso aperta, visto che dal cortiletto giungevano solo silenzio e profumo di fiori.

Era ormai tardo pomeriggio, quasi ora di chiusura. Forse la signora Antonella, la titolare della galleria, avrebbe tenuto aperto fin dopo cena, come faceva sovente, con la speranza di qualche visita di turisti a zonzo in tarda ora. A volte anche Gabriella rimaneva fino a tardi, specie quando sapeva che suo marito avrebbe cenato fuori per uno dei suoi mille impegni.

Ma Gabriella quel giorno non aveva lo spirito giusto per dedicarsi alla galleria; anzi, era stata distratta tutto il giorno; anzi, erano ormai alcuni giorni che i suoi pensieri correvano inconsapevolmente a qualcos’altro, a qualcun altro. Quando il computer che teneva sulla scrivania era ancora acceso, aveva fatto un giretto su Facebook, per visionare il profilo di Nicola, lo sconosciuto piemontese incontrato qualche giorno prima. Non aveva ricavato molte informazioni da quella visita: qualche bella immagine di montagna, qualche foto di Venezia, il commento alla foto che lei stessa aveva scattato dalla Zattere. Spento il computer, stretti i laccetti dei sandali che si era tolta per il caldo, prima di uscire prese la borsa. Vi infilò la mano, frugò come al solito prima di trovare quello che cercava, e infine estrasse il cellulare. Sperava in un messaggio o almeno in un tweet; invece lo schermo le restituì l’immagine di Venezia che vi aveva caricato sopra. Si sentiva una ragazzina, infastidita per la delusione. Con un po’ di disappunto, infilò di nuovo il telefono nella borsa e s’incamminò verso l’uscita.

Accennò a un saluto con la mano verso la signora Antonella, che stava intrattenendo un potenziale cliente davanti a un quadro di pittura moderna. Uscì nella calca e si diresse verso Santa Maria Formosa e da lì, valicato un rio, verso l’altro gioiellino architettonico che è Santa Maria dei Miracoli. Ma Gabriella quella sera non era interessata alle bellezze artistiche della città: girò infatti in una calletta scura, e si trovò di fronte a una vetrina, poco appariscente, sormontata dalla scritta: Estetica Ester.

Suonò il campanello e attese l’arrivo di Ester, che le aprì la porta!

«Benvenuta!» la salutò Ester con il solito travolgente entusiasmo. «Era un po’ che non ci si vedeva… Mi domandavo… temevo che mi avessi cancellato dalla tua mailing list; poi ieri sera ho visto la tua prenotazione online. Sono proprio contenta di vederti».

Con un sorriso silenzioso, tipico di chi è più soprapensiero che in vena di chiacchiere, Gabriella entrò nell’atrio del piccolo centro estetico gestito da Ester. Fingendo di armeggiare nella sua borsa, Gabriella riuscì a scansare il tentativo di abbraccio e i due usuali baci sulle guance che Ester le riservava sempre.

«Ti ricordi ancora la strada?» disse Ester sorridendo come sua abitudine, con il suo tipico accento veneziano, avvolgente come la sua ospitalità.

Gabriella entrò nella cabina con pareti dipinte di azzurro mare, il soffitto bianchissimo, un lettino da massaggi posizionato in centro e vari tavolinetti con attrezzi appoggiati sopra un po’ alla rinfusa. Candele accese di varie fogge e dimensioni illuminavano la stanzetta e diffondevano un intenso profumo esotico.

«Quando sei pronta mi dai una voce, ok?» disse Ester dall’esterno.

Gabriella si spogliò, guardò in modo molto interrogativo la sua figura riflessa in uno specchio. La sua mente si chiedeva da tempo: sono ancora attraente? Poi infilò il perizoma monouso e si distese sulla schiena, coprendosi con l’ampio asciugamano: «Sono pronta, vieni pure!».

Ester entrò, indossava una canottiera bianca elasticizzata, che le fasciava armoniosamente un seno abbondante ma tonico anche grazie all’attività sportiva, e dei larghi calzoni di tela bianca, stretti in vita da un laccio.

«Allora, non eri mai stata così tanto tempo senza un massaggio… Qualche novità nella tua vita?».

Gabriella scosse la testa. Ester rispettò lo scarso desiderio alla conversazione, abbastanza inusuale per una come Gabriella, che conosceva da anni, e accese lo stereo. Il sottofondo musicale era molto rilassante. Musica new age con rumore di onde che s’infrangono sulla spiaggia.

«Ecco, adesso dimentica tutto». Era la frase che diceva sempre Ester iniziando il massaggio e mettendosi a piedi nudi. Sfregò le mani per scaldarle, vi versò sopra dell’olio profumato e le appoggiò sui piedi di Gabriella. Nessun rumore disturbava l’operato di Ester, che piano piano risalì le gambe e le cosce e, scostando l’asciugamano, passò sul ventre. Gabriella ebbe un fremito, non era solo il solletico di una zona poco esposta alle carezze. Ester salì ancora, fino alle spalle e si girò dietro al lettino.

«Non ricordo più la prima volta che mi hai fatto un massaggio…» sussurrò Gabriella.

«Oh, io sì che me la ricordo, non me la dimenticherò di certo…» puntualizzò Ester, iniziando il massaggio della cervicale. Fece scivolare le sue braccia sotto la schiena di Gabriella, che arcuò il busto, mettendo in evidenza i seni, piccoli ma armoniosi.

Ester avvicinò il suo viso all’orecchio di Gabriella e sussurrò con quel suo tipico sottinteso: «Oh, sì che me lo ricordo, il nostro primo massaggio, fu una vera sorpresa… ma ricordo bene anche tutti gli altri massaggi… Tu no?».
Gabriella non rispose, non diede corda. Ester allora iniziò il massaggio delle braccia, una per volta, facendole ballonzolare fuori dal lettino. Rimase titubante su come procedere, ma fu Gabriella ad anticiparla, girandosi sulle schiena. Ester riprese dai piedi e risalì prima i polpacci e poi le gambe.

«Sei silenziosa, poco espansiva, questa sera» osservò Ester. «Che ti succede?».
Gabriella per qualche secondo non rispose, Ester ebbe quasi l’impressione di averle posto una domanda inopportuna, nonostante la confidenza che si era creata fra loro in anni di conoscenza.

«Forse mi sto innamorando» sussurrò improvvisamente Gabriella, mentre Ester era passata alla schiena, sapendo che la sua amica era molto sensibile in quel tratto.

«Innamorando?». Il tono era più infastidito che sorpreso.

«Forse innamorando è un termine esagerato… non so ancora bene, ma almeno qualcosa si è mosso dopo tutti questi anni di…».

«Di…?» chiese insistente Ester, mentre era giunta alle spalle.

«Di… di non vita, di morte emotiva… Di vuoto, ecco sì, di vuoto. Non so come definirlo, non ti ricordi quanti discorsi abbiamo fatto…?».

Mi ricordo, sì, si disse mentalmente Ester, che mai aveva immaginato di giungere a una tale confidenza e a una tale intimità con una donna, e una cliente poi… Mille volte si era chiesta come mai questa elegante signora, molto borghese, dalla vita inappuntabile, con un marito noto in tutta la città, dovesse rifugiarsi nel suo oscuro negozietto per vivere momenti di abbandono emotivo. A volte Ester l’aveva semplicemente rincuorata, a volte si erano scambiate lunghe confidenze davanti a una tazza di tè, a volte lei stessa si era ritrovata nuda sul lettino mentre Gabriella ansimava nell’abbandono del suo abbraccio.

Non mi è mai capitato, ripassò mentalmente Ester, e per giunta con una cliente. Io sono molto professionale. Ma Gabriella ha scatenato qualche cosa in me, io stessa non saprei dire cosa, di sicuro qualcosa di irripetibile.

Da tempo Ester sapeva che quando Gabriella si rivestiva e usciva dal suo centro estetico, tornava ad essere la solita signora borghese, una rispettabilissima moglie e un’abile organizzatrice di cene con mille ospiti. Ester sapeva che Gabriella la cercava solo quando era giù di corda, quando aveva bisogno di un’amica fuori dal suo solito giro. Per il resto non poteva esserci nessun tipo di legame, se non qualche raro pomeriggio di intense emozioni, ma senza un collegamento diretto. Una volta che si incrociarono casualmente sul Ponte di Rialto, Gabriella fece finta di non conoscerla. Ma ora questa novità spiazzava del tutto Ester, era un imprevisto colpo di spugna: Gabriella doveva aver incontrato un uomo capace di far emergere quella potenzialità emotiva che lei, Ester, aveva sempre intuito nell’altra, e che sperava non si concretizzasse mai, per tenerla legata a sé. Ma si vede che non era destino, pensò Ester mentre ridiscese con le sue mani lungo la schiena per indirizzarsi sui glutei, altro momento chiave dei loro massaggi. In effetti Gabriella teneva gli occhi socchiusi, le labbra leggermente aperte, apprezzava quel momento particolare.

«Ora girati» le sussurrò Ester, «per la passata finale».

Gabriella si girò e non si coprì con l’asciugamano. La pelle brillava per il velo d’olio profumato che Ester le aveva sparso durante il massaggio.

«Innamorata?» chiese ancora Ester. «E di chi?».

«Uno di fuori, non è un veneziano… Siamo già andati a prendere l’aperitivo alle Zattere, forse lo rivedo domani per un concerto…Gli ho detto il mio nome vero, forse ho sbagliato, chissà…».

«Ah, complimenti! Vai veloce. Poi mi racconterai?» chiese Ester mentre scendeva lungo l’addome. Con noncuranza allungò il massaggio, le punte delle dita di infilarono sotto il bordo del perizoma.

«No» la fermò Gabriella. «Oggi ti dico addio. Sei stata molto cara in tutti questi anni, ma, se davvero mi sto innamorando, non ci sarà altro nella mia vita, e noi non possiamo tornare indietro».

Ester si bloccò: «Davvero sei innamorata? Non ci credo, passerà e ti farai delle risate ripensando a quello che stai dicendo ora…».

Gabriella le scostò le mani e scosse la testa: «Qui riempivo un vuoto, ma ho sempre sperato di incontrare qualche cosa di più».

Si alzò e si passò l’asciugamano sul corpo per togliere il grosso dell’olio; poi si rivestì in fretta, d’altra parte aveva davvero poco da indossare.

Nel piccolo atrio, davanti alla cassa, Gabriella abbracciò Ester: «Ti ringrazio» le disse, «mi hai aiutata in un lungo periodo di buio della mia vita, ma forse ora vedo di nuovo il sole. Il mio domani potrebbe essere diverso».

Quando Ester richiuse la porta, il suo cuore di amica era felice, ma lei dentro era triste: sapeva che non avrebbe mai più rivisto quel viso dietro i vetri.



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