Paolo Veziano nel giorno della Memoria


Il 27 gennaio lo storico ligure interverrà a Vallecrosia (IM) a La Memoria Riflette, percorso per non dimenticare.

Sempre nell'ambito delle celebrazioni per la Giornata della Memoria, il 3 febbraio Veziano sarà a Nizza per un'iniziativa di riflessione sugli anni della Seconda Guerra mondiale nel nizzardo. Veziano farà un intervento su La politica delle autorità italiane d'occupazione. Per altre informazioni clicca qui

Paolo Veziano, olivicoltore di professione, da anni si dedica per passione allo studio e alla ricerca storica. Nel 2014 ha pubblicato Ombre al confine, la storia dimenticata dell'espatrio clandestino degli ebrei stranieri dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra tra il 1938 e il 1940.

 

Proponiamo un brano tratto dal libro

 

Il 7 settembre del 1938 fu reso noto il Regio Decreto legge n. 1381 contro gli ebrei stranieri che si caratterizzava per la sua brevità. Un numero ridotto di articoli che, nelle intenzioni del legislatore, avrebbe consentito di liberarsi sollecitamente e in modo indolore dell'ingombrante e ormai sgradita presenza straniera. Un provvedimento sulla carta ben congegnato ed estremamente efficace che prevedeva all’articolo 3 la revoca della cittadinanza italiana per chi l’avesse ottenuta posteriormente al 1° gennaio del 1919. A decidere il destino di migliaia di ebrei stranieri sarebbe stato il nefasto articolo 4 che recitava:

Gli stranieri ebrei che, alla data di pubblicazione del presente decreto-legge, si trovino nel Regno, in Libia e nei possedimenti dell’Egeo e che abbiano iniziato il loro soggiorno posteriormente al 1° gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del Regno, della Libia, dei possedimenti dell’Egeo, entro sei mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto. Coloro che non avranno ottemperato a tale obbligo entro il termine suddetto saranno espulsi dal Regno a norma dell’articolo 150 del testo unico delle leggi di P.S., previa l’applicazione delle pene stabilite dalla legge.

Il punto successivo riguardava le «eventuali controversie» che potessero sorgere nell’applicazione del Decreto legge. Eventualità che, come vedremo, diventeranno norma, tanto da poter assegnare all’opera del legislatore una valenza profetica. Il solo fatto che «le controversie sarebbero state risolte caso per caso dal Ministero dell’interno di concerto con i ministeri interessati» faceva presagire che sarebbero occorsi mesi per analizzare tutti ricorsi: con l’aiuto della burocrazia fascista gli ebrei stranieri avrebbero potuto strappare almeno una proroga al provvedimento. La perdita della cittadinanza e l’espulsione non risultavano dunque, così automatiche e semplici da praticare, come sarebbe stato lecito attendersi.

La portata del provvedimento fu parzialmente attenuata dalla decisione del Gran Consiglio del fascismo di non procedere all’espulsione di quegli ebrei stranieri che avevano superato l’età di sessantacinque anni o di coloro che avevano contratto matrimonio misto con un cittadino italiano di razza «ariana» prima del 1° ottobre del 1938.

Entro il 12 marzo del 1939, salvo rare eccezioni, circa 5000 ebrei stranieri avrebbero comunque dovuto lasciare il paese. Né la prima né la seconda disposizione conteneva, però, alcuna precisazione sulle norme di attuazione delle espulsioni; di fatto, il Governo lasciava mano libera alle iniziative individuali. Nella più totale confusione, gli ebrei avrebbero dovuto ricercare la soluzione più conveniente ma, per tutti, la scelta del nuovo paese in cui stabilirsi rappresentava un vero rompicapo.

Al fine di accelerare le partenze il Ministero dell’interno condusse una intensa guerriglia psicologica; alla richiesta, infatti, di proroga, avanzata dall'Unione delle comunità israelitiche, il Ministero rispose che: «una proroga del termine era da escludere e chi si fosse trovato ancora in Italia dopo la scadenza sarebbe stato incarcerato per tre mesi e poi accompagnato alla frontiera».

Né esito migliore ebbe una seconda petizione, alla quale il Ministero replicò: «che vi erano ordini tassativi di arrestare i contravventori e costruire campi di concentramento per coloro che non trovassero accoglienza presso altri Stati».
A seguito delle pressioni subite molti ebrei avevano lasciato il paese prima del termine fissato, ma le frontiere italiane restarono aperte e nel paese si riversò un flusso ininterrotto di profughi.

La spietata macchina burocratica italiana, che aveva esercitato pressioni psicologiche tali da costringere molti ebrei a lasciare il Regno prima del termine stabilito, si inceppò rapidamente. Le questure, viste le difficoltà in cui versavano gli ebrei, accettarono qualche domanda di rinvio della partenza oltre il 12 marzo. Lasciarono intendere che erano disposte a offrire qualche possibilità in più agli afflitti. Anche il ministro dell’interno si dichiarò d’accordo su questo modus operandi, ma stabilì che doveva essere il Ministero stesso a pronunciarsi sulle richieste di proroga. Le domande si accatastarono negli uffici e il 12 marzo erano più di 3000. A fine febbraio il Ministero dell’interno aveva deciso di sospendere l’espulsione di coloro che avevano presentato domanda di proroga. L’esame delle pratiche richiedeva mesi, perché dovevano essere vagliate da quattro uffici. In genere veniva poi concessa una proroga fino a sei mesi1.

Ma quanti erano e in quale situazione si trovavano gli ebrei stranieri alla data del 12 marzo del 1939? Da un prospetto riassuntivo risulta che fossero circa 9000 così suddivisi:

a) hanno lasciato spontaneamente il Regno prima del 12 marzo 1939                                 3270
b) hanno diritto di restare in Italia a norma degli articoli 24 e 25 della legge sulla razza       933
c) hanno chiesto una proroga di soggiorno nel Regno                                                          3190
d) pur non avendo diritto alla proroga e non avendo diritto a rimanere nel Regno                964
    sono tuttora presenti2.

Il 15 marzo del 1939, con uno scarno comunicato, la stampa annunciò che il Governo aveva deciso di sospendere il decreto d’espulsione. Dopo la martellante campagna di stampa contro gli ebrei, la rinuncia ad applicare il decreto doveva essere proposta in maniera tale da non compromettere il prestigio di Mussolini.

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