Cos'è dunque la memoria?


Di Chaja Roth | da La Shoah, Memoria e dialoghi famigliari

Che cos’è dunque la memoria? E qual è la veridicità di un ricordo quando una persona lo racconta a qualcun altro? La memoria è “verità”, “diceria”, o “fantasia”? Possiamo fidarci della memoria di un bambino riguardo ad eventi che avvennero quando aveva tra i cinque e gli undici anni? Possiamo dare credito ad un adulto che ricorda avvenimenti che sono accaduti quaranta o cinquant’anni fa? Cos’è la memoria?

Nel suo libro The Fate of Early Memories, lo psicologo Mark L. Howe parla della memoria come di un meccanismo sensoriale, percettivo, dell’attenzione, motorio e neurale che supporta le strutture corticali e sottocorticali nel cervello. Da questo punto strategico, le funzioni della memoria codificano, immagazzinano e recuperano le informazioni pertinenti sia dall’ambiente esterno che dall’esperienza interiore della persona.

I processi di recupero necessari per memorizzare e conservare le informazioni si sviluppano nell’infanzia. Studi scientifici dimostrano che le strutture corticali dei bambini sono in grado di codificare le informazioni, ma i ricordi degli eventi codificati e immagazzinati tendono a scomparire rapidamente a meno che nel tempo non siano soggetti a sollecitazioni ed elaborazioni. In altre parole, anche se i neonati hanno già la capacità di codificare le informazioni, non ci si può aspettare che possano ricordare eventi a partire dal momento in cui nascono. Tuttavia, dall’infanzia in poi, alcuni fatti stressanti e traumatici si possono ricordare a patto che i fattori ansiogeni che li hanno scatenanti all’inizio si siano verificati ripetutamente e frequentemente per lunghi periodi di tempo.

Adulti traumatizzati e bambini, che sono stati sottoposti ad abusi, brutalità, violenza, traumi e condizioni disumane, non possono che ripetere o a volte rivivere le situazioni cui sono stati esposti; ma ci sono ricordi particolarmente raccapriccianti che si possono affrontare soltanto attraverso la dissociazione. Le esperienze dolorose che vengono dissociate sembrano essere state “dimenticate”; il ricordo del trauma si separa dalla coscienza, permettendo quindi all’individuo di funzionare normalmente in tutti gli altri ambiti ad eccezione di quello connesso al trauma. La letteratura abbonda di scritti sul recupero, o sul mancato recupero, delle esperienze dolorose e traumatiche. Moskivitz e Krell vedono i ricordi dissociati, repressi o soppressi come adattamenti necessari alla sopravvivenza. «Qualsiasi siano i ricordi dei bambini sopravvissuti, molto viene represso perché troppo spaventoso per essere riportato alla memoria, o soppresso dalle persone che si prendono cura di loro che, animate dalle migliori intenzioni, desiderano che i piccoli dimentichino». Jane Marks ricorda le parole di un bambino sopravvissuto: «Non ricordo quasi nulla del periodo della mia infanzia che va dai quattro ai nove anni».

Il problema per molti sopravvissuti e, in particolare bambini sopravvissuti, è come riuscire a non dimenticare ciò che desiderano ricordare. Per me, che avevo tra i cinque e i dieci anni durante gli anni della guerra, il problema fondamentale è stato quello di essere credibile. Troppo spesso mi hanno detto che avevo dimenticato ciò che era successo, e di conseguenza ho sviluppato il timore che, se non avessi fissato i ricordi, i miei vuoti di memoria sarebbero diventati ancora più grandi di quanto già non fossero. Anche Robert Krell, lui stesso un bambino sopravvissuto all’Olocausto, parla di situazioni come questa in riferimento a bambini piccoli. Tutto ciò illustra le ragioni del mio impegno nell’assicurarmi di ricordare correttamente quegli eventi della mia giovinezza che ero ancora in grado di riportare alla mente. Riuscivo a ripercorrere alcuni momenti particolarmente dolorosi, ripetendone il resoconto parola per parola, più e più volte, altri invece, li avevo soppressi o dissociati, altri ancora, avevo bisogno di sentirmeli ripetere dai miei parenti più anziani. Negli anni seguenti, parlai con bambini e adulti e cercai di spiegare loro quanto mi fossi torturata con questi problemi. In sostanza, ciò che volevo evitare ad ogni costo era di alterare o distorcere accidentalmente il passato.

Come si può immaginare, come madre e figlie, Hannah, Gitta ed io abbiamo avuto approcci diversi nel condividere le nostre esperienze; ma, in fondo, quello che ci univa era la paura che dimenticare avrebbe potuto offuscare o cancellare anche quegli avvenimenti di cui eravamo completamente sicure. Per evitare distorsioni o vuoti di memoria, cercammo di confrontare e verificare i nostri ricordi l’una con l’altra e, anni più tardi, i nostri figli ascoltarono di nuovo le storie che avevamo raccontato e misero in discussione ciò che non avevano capito chiedendo spiegazioni. Un esempio di tale processo di controprova si verificò quando mio figlio mi disse: «Ma ci avevi raccontato che tuo padre era morto di infarto! Poi ci hai detto che aveva raccolto un ragazzino che era svenuto dopo essere stato in piedi per tanto tempo accanto a lui all’Appell (l’appello), e che aveva urlato: “Shema Israel! (Ascolta, oh Israele!”). Hai cambiato la storia solo ora, o hai scoperto qualcosa di nuovo?». Questo confronto era il suo tentativo di accertare la veridicità di quello che gli avevo raccontato. E ci fu ancora una terza versione della storia, l’ultima e più autentica che mia madre ci raccontò quando era più anziana.

Capivo che i miei figli avevano bisogno di verificare quello che avevo detto loro, ma essere messa alla prova comunque mi turbava. Pensavano forse che mi fossi inventata le cose, o peggio, che avessi loro mentito? E se i bambini avevano ascoltato diverse versioni della stessa storia, quale sarebbe stato il resoconto autentico? In realtà, c’erano varie versioni di numerose storie, tanto che io stessa non sapevo quali fatti fossero veramente accaduti e quando. Ero più scossa di quanto loro stessi potessero immaginare, perché se avevo dimenticato o raccontato tre versioni diverse di un singolo evento, potevano sospettare dell’autenticità anche degli altri ricordi che avevo condiviso con loro. E una volta entrati in gioco, dubbi e scetticismo non avrebbero forse portato ad una banalizzazione, o peggio, ad una negazione del passato? Avrei dovuto dire a mio figlio, citando Katherine Borland, esperta in studi comparati, «Non è quello che ho detto. Ti ho raccontato varie versioni della morte di mio padre così come ne sono venuta a conoscenza nel corso degli anni, parlandone con mia madre. E così, la “verità” sulla morte di mio padre mi è giunta gradualmente, e per approssimazioni, così com’è giunta a te».

E’ proprio sulla memoria autobiografica che è incentrato questo libro. Secondo lo psicologo A.D. Baddeley, la memoria autobiografica è «la capacità delle persone di ricomporre la propria vita», di ricordare quegli eventi che hanno dato forma alla loro esistenza e di capire l’importanza che questi eventi hanno per loro. Qualcuno potrebbe anche chiedersi, «Gli eventi un tempo dimenticati possono essere ricordati? Ed eventi significativi della propria vita di cui ci si ricordava una volta, possono poi essere dimenticati di nuovo?».

Dimenticare fatti della nostra storia che vogliamo ricordare è frustrante e problematico, ma, come verrà dimostrato, ad alcune condizioni certi aspetti della nostra vista che pensavamo di aver dimenticato possono essere ricordati. Ciononostante, le distorsioni, i lapsus, e i vuoti di memoria esistono e non si possono recuperare. Anche questo è insito nella natura della memoria autobiografica.

 

Tratto da La Shoah, Memoria  dialoghi famigliari. Chaja Roth, Fusta Editore 2014



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