Novità editoriale: Tre montagne


da Tre montagne

di Matteo Meschiari

Pace nella valle

Non c’era luce e il piazzale della stazione era viola. I lampioni dondolavano con il vento delle montagne.
Lo spazio era abitato da presenze. Le persone si muovevano in un silenzio di ferro, un’ombra che le seguiva come una bolla.
Mio padre mi precedeva. Era inquieto come sempre.
Salimmo le scale che portavano al bar, dove gli immigrati africani s’incontravano prima dell’alba. Acquistammo i biglietti e ritornammo al piazzale.
Posteggio quattordici, dissi. Mio padre annuì.
Ci mettemmo ad aspettare la corriera con altra gente che saliva alle fonderie. Le loro facce erano stanche come le nostre, per altri motivi.
Li avremmo visti sgranarsi lungo la strada e scendere a gruppi di quattro, di cinque. Con l’arrivo della luce i loro posti sarebbero stati occupati da vecchi insonni. La composizione dei passeggeri sarebbe cambiata molte volte prima di arrivare al villaggio, pensai. Ma questo non voleva dire niente.
La corriera arrivò a luci spente tranne una spia gialla sulla testa del conducente, come la fiamma di una candela. La porta si aprì con un sibilo e dopo le prime file di sedili ci sistemammo a sinistra in previsione del lago.
Mio padre sembrava meno inquieto, come se la corriera fosse qualcosa di solido tra noi e il piazzale delle presenze.
Poi la città passò via come una scatola vuota, con semafori rossi che sarebbero rimasti senza senso ancora per poco.
 
 
La prima cosa che vedemmo furono gli alberi.
Erano linee di robinie ai lati della statale. Si attaccavano come colpi di spugna ai vetri appannati. A volte lasciavano un buco tra i campi, con filari di viti scariche e le aie illuminate da una lampadina.
A ogni fermata raccoglievamo operai nordafricani, italiani, albanesi. Poi non salì più nessuno, l’aria nella corriera si fece tiepida e piena di sonno.
Mio padre si addormentò.
Quando arrivammo alle paludi che precedono il lago si raddrizzò, come se avesse calibrato il sonno su quella tappa. Aprì gli occhi e mise una mano sul mio ginocchio, lo strinse appena, come per dirmi guarda.
Guardammo il lago che passava alla nostra sinistra con i villaggi, le ville dai cedri cupi, il molo con le barche immobili.
Per lui era il lago delle tinche al burro, dei cartocci di frittura di gamberi e dell’isola con il monastero. Ma certamente c’era dell’altro che solo lui conosceva, e io non glielo avrei chiesto mai, nemmeno se avessimo avuto due vite.
 
La luce aumentava come un lamento.
Le pareti delle montagne mostravano le loro intimità a strati, i coni delle frane con i filari di vite, i grandi boschi senza sentieri.
Nei valloni più impervi risalivo con lo sguardo per il tempo che il transito mi concedeva.
Avevo immaginato una quantità di volte di risalirli a perpendicolo, di vedere cosa c’era in posti ai quali nessuno interessava andare, e sapevo che non l’avrei mai fatto perché non sono diverso dagli altri.
Mi voltai, guardai mio padre, lui ricambiò lo sguardo.
Negli occhi blu aveva finalmente quello spino selvatico che sapevo: si era lasciato indietro la città, aveva fatto le sue abluzioni nel lago, e adesso si arrampicava per quei valloni in cui anche lui non sarebbe andato mai.
Ma era proprio quello che volevo: mi bastava quel suo essere al bosco come può esserlo chiunque si ricordi che prima o poi bisogna partire, lasciare tutto, ed entrare anche solo per un’ora nelle foreste che ha in sé.
 
Un po’ di cioccolata, disse lui.
No, dopo.
Spezzò il rettangolo scuro e mise in bocca una scheggia molto piccola. Si pulì il pollice e l’indice sui pantaloni.
Poi mi guardò un attimo. Io fingevo di guardare le montagne.
Sei contento che saliamo?
Molto, dissi io.
Non avevi da fare? ripiegò la stagnola e mise la tavoletta in una tasca della giacca.
Sì, ma volevo anche andare al paese.
Quando arriviamo possiamo accendere il fuoco. Ho portato legna l’ultima volta.
L’ultima volta quando?
Sono salito un mese fa, quando Peter se n’è andato.
Pensai a Peter e non mi venne niente da dire.
Anche mio padre faceva finta di guardare le montagne.
Oppure non facevamo finta. Le guardavamo come ci si guarda le mani nei momenti di attesa. I solchi che sembrano scrittura e non lo sono. Le piccole cicatrici. Soprattutto la luce, che aderisce alla pelle come un’altra pelle, e che rivela se stessa, la sua bellezza, di chiunque siano le mani, qualunque cosa sia stata detta.
Le montagne erano ancora brune. In alto le prime lame di sole scalfivano il calcare.
 
La corriera lasciò nell’aria quell’odore di gasolio che mi piaceva da piccolo.
La vedemmo sparire dietro la svolta e udimmo il clacson attutito dalle case e dagli alberi.
Attraversammo la statale e prendemmo il viale nuovo che costeggiava il campo di calcio.
Passammo la scuola di cemento con le lettere pitturate come gli adulti immaginano che i bambini amino pitturare. Poi finalmente la strada nuova che diventa la strada vecchia. E dopo la chiesa. E il palazzo con la loggia.
Vuoi un caffè?
Al paese.
Attraversammo la via principale e vedemmo il furgone del macellaio.
Nel silenzio del villaggio il rumore degli zoccoli sulla passerella di metallo risuonava come il fracasso di un incidente d’auto. Sentimmo sbuffare e bestemmiare, poi gli zoccoli scivolarono sull’acciottolato con un rumore di legno, come le ginocchia di un burattino che cade.
Mi venne agli occhi l’immagine del pelo inzaccherato di stalla, e poi nel naso, quando tutto era finito, l’odore ambiguo dell’acqua di risciacquatura sull’acciottolato.
Allora la saracinesca sarebbe stata già aperta, e una vecchia avrebbe comperato la carne.
 
Arrivammo al ponte e ci fermammo a guardare.
L’aria era pungente, ma c’era qualcosa di crudo che ti metteva a disagio.
Il torrente scorreva sulle grandi rocce levigate dall’acqua e dai ghiacciai. Le placche azzurre sembravano piani di sabbia inclinati, ondulati, scavati dalla corrente. Vicino alle sponde le alghe si allungavano e si muovevano come animali.
Le case a perpendicolo sulle rive somigliavano a una forra abitabile, ma passare il ponte era come passare per uno stomaco freddo, qualcosa di non umano incistato tra le cose che ci riguardano.
Poi il rumore del torrente fu coperto dalle case.
Adesso c’era il chioccolio della fontana, il ronzio lontano di una motosega, i nostri passi sulla salita di ciottoli e d’erba.
Un primo varco tra le case lasciò entrare il respiro largo delle montagne, poi ci furono le vecchie stalle diventate garage, la vetrina di un negozio sfitto, l’edificio in pietra con le porte di alluminio anodizzato.
Il vecchio e il nuovo si mescolavano con indifferenza. Sentivo che mio padre era di nuovo inquieto.
Arrivammo al limite del villaggio e la valle si aprì.
 
Camminavamo da circa mezz’ora.
Avevamo lasciato indietro le case e percorrevamo la mulattiera scavata nel terrazzamento glaciale.
La luce aveva afferrato le cime e adesso franava nei boschi, visibile.
A sinistra lasciammo i campi e la piccola vigna.
Il cane vicino al pollaio abbaiò con insistenza.
Una volpe saltò tra le felci come il lampo di un fucile.
Il campo d’orzo, il fienile, l’edicola della Vergine.
Siamo quasi arrivati, disse.
Lo so, babbo.
L’aria era così leggera che le montagne sembravano vento.
 
Le case si raccolsero e la luce diminuì.
Nella penombra di pietra, sotto gli archi, passammo di lato alle stalle che erano bocche dormienti. Profumate, tiepide, qualcuno le aveva svuotate dei loro denti da latte.
La terrazza di una casa era addobbata di pannocchie.
Allo stringersi del vicolo della fontana girammo a destra e passammo sotto il voltone di legno. Qualcuno lo attraversò da una casa all’altra, sopra le nostre teste. Le travi scricchiolarono.
Alzai lo sguardo e vidi i nidi rappresi delle rondini.
Alcune porte più in là, i gatti scapparono via e noi entrammo in casa. Le scale erano fredde e senza luce.
Arrivati in cucina aprimmo le imposte della finestra quadrata, uno sbuffo di vento sfogliò le pagine di un giornale.
Dalla finestra si vedeva un angolo di bosco che precipitava in un vallone, la U della valle verso sud, le coste occidentali che si sgranavano in pietraie e poi si rassodavano più in alto nei contrafforti calcarei delle cime. Si vedevano anche i piloni della luce con le loro ghirlande di morte.
Mio padre chiuse i vetri sporchi e si diresse verso la stufa.
Accese il fuoco. L’ambiente si riscaldò.
Ci sedemmo di fronte allo sportello mentre le fiamme restavano quasi immobili, come in un fuoco di torba.
Lo dissi a mio padre.
Sì. Mi fa pensare a un fuoco che ho amato molto.
Com’era?
Non c’è molto da dire. Il posto si chiamava Howmore, due case, la pioggia, quei luoghi che sono perfetti così perché sono la locanda che hai sempre sognato. Lasci i vestiti di sopra ad asciugare, in basso nel soggiorno ti siedi davanti a una stufa che si apre come un’ostrica, un vassoio d’argento con un cuscino di torba.
Tacque.
Una gigante rossa nel vuoto cosmico, aggiunse.
E che altro?
Ricordo altre stufe in altre case, come nane bianche, o come supernove, così surriscaldate che gli anelli di ghisa crepavano.
Rise.
E come? dissi io.
Ci mettevamo troppa legna, c’era un freddo d’inferno, e gli anelli della cucina economica lasciavano trasparire la luce del fuoco dalle sconnessure. Era come un sistema solare domestico. Le notti erano lunghe e si beveva vino caldo.
C’è una bottiglia?
Possiamo cercarla.
 
Passammo il pomeriggio a leggere e a pulire i fucili, poi uscimmo dal paese.
Ci sedemmo nella pensione a un tavolo sotto la finestra. C’era una coppia che finiva di mangiare.
Guardammo fuori.
La luce se n’era andata. Nei circhi glaciali in alta quota resisteva un alone rosa che subito divenne viola. Non c’erano nubi. Da nord tirava un vento ghiacciato che faceva dondolare i gerani sul davanzale. Presto non si videro che i gerani illuminati dall’interno, e qualche luce di baita al di là della valle.
Tornammo al paese e arrivammo al bivio per rincasare.
Andiamo al caffè?
No, io vado a dormire, mio padre disse.
Proseguii tra le case, respirai il fumo di legna mescolato ad aria di neve. A volte alzavo lo sguardo e cercavo di riconoscere le stelle nei canali tra le case. I tetti di pietra si cariavano alla luce della luna. I fienili alitavano erba.
Come venuti da una cripta di pietra i rumori di voci del caffè, la luce della lampada, una stufa che si spegne.
Ma svoltando la luce aumentò.
Salutai la gente. Parlai col pittore. Mi feci tre bicchieri.
Il cane del pittore stava seduto vicino alla stufa a gas.
La finestra dava sul balcone, il balcone sulla valle.
La luna illuminava i pilastri di calcare d’un azzurro molto tenue. Sembravano magnesite da sbriciolare tra le dita prima di arrampicarsi per la via lattea.
Il vino fa pensare cose strane.
Forse no.
 
Non dormi?
No, mio padre disse.
Posso tenere acceso? Voglio leggere un po’.
Cosa leggi?
Le lenzuola erano fredde di umidità. Anche la stufa in cucina era fredda. Decisi di non pensarci. Lessi qualche pagina.
Mio padre si era addormentato di fianco a me. La barba quasi bianca, i capelli bianchi, gli occhi che si muovevano sotto le palpebre.
Chi sei? dissi piano.
Mio padre non si mosse. Aveva quasi un sorriso.
 
Il vento era cessato durante la notte.
Nuvole venute da sud avevano raggiunto la valle.
Nel dormiveglia le immaginavo premere sulle montagne come un coperchio. Avevo anche sentito il crepitio di un tuono lontano, come un ramo che si spezza. Ma mi ero girato sull’altro fianco e avevo ripreso a dormire.
Al mattino pioveva una pioggia fine.
Mio padre era di ottimo umore.
Peccato per la pioggia, disse, ma non credeva alle proprie parole.
Sarà bello lo stesso, dissi io.
Sì.
Hai tutto pronto?
 
Cominciammo la salita tra i faggi e continuammo fino a mezzogiorno, fermandoci ogni tanto per guardare il paesaggio e per appoggiare i fucili.
Attraversammo il letto di un torrente e risalimmo un ghiaione fino a una valletta senz’alberi.
Decidemmo di mangiare.
La pioggia aveva smesso di cadere.
Mio padre tirò fuori dallo zaino un sacchetto di plastica e dal sacchetto due involucri di carta stagnola.
Li hai notati?
Sì, dissi io.
Stanno facendo come noi.
Credi?
Forse sì, disse lui.
La roccia su cui eravamo seduti era una placca di arenaria permiana. Usciva dall’erba come la schiena gommosa di un cetaceo. Come la pelle di un cetaceo era segnata dall’abrasione dei grandi ghiacciai: lunghe striature parallele più o meno profonde, più o meno larghe.
C’erano anche altri graffiti fatti dall’uomo: uomini in corsa, case di tronchi, cervi dalle corna come vecchie antenne della TV. Le scene erano complicate. Così lontane da noi come la frase di mio padre da me.
Stanno facendo come noi, aveva detto.
Alludeva ai cacciatori graffiti, ignorando le interpretazioni eminenti e i livelli simbolici nell’analisi, infischiandosene dei rilievi fatti da assistenti non pagati e dei libri compitati da vecchi cattedratici.
Chi lo sa, dissi io.
Cosa?
Se stanno facendo come noi.

C’è poco da capire, disse lui. Sono cacciatori. Vanno a caccia di cervi.

 



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